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giovedì 21 luglio 2016
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martedì 12 luglio 2016
Recensione per "Io ti credo"
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giovedì 5 novembre 2015
Intervista nel blog "Petali tra le pagine"
Intervista nel blog "Petali tra le pagine" :)
http://petali-tra-le-pagine.patriziainesroggero.it/?p=973#comment-1461
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sabato 31 ottobre 2015
Recensioni "Io ti credo"
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giovedì 3 settembre 2015
Una semplice coincidenza
Potete trovare il mio nuovo romanzo sullo store Amazon a questo indirizzo:
http://www.amazon.it/gp/product/B010DLQ2FC?*Version*=1&*entries*=0
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sabato 29 novembre 2014
Doppio Spoiler
Eccovi i due spoiler per il capitolo quindici di "Ti va di rischiare?"
«Ciao». Saluta cercando di sorridermi, ma non riuscendoci davvero.
«Che cosa è successo?», chiedo posandole una mano sul viso e alzandolo in modo tale da poterla guardare negli occhi. «Non rispondermi niente perché sai già che non ti crederò. Non mi sono mai piaciute queste tecniche. Devi andare sempre dritta al nocciolo della questione con me, non girarci intorno».
Lei mi prende in parola e sputa il rospo.
«Massimo è stato qua».
Okay, forse erano meglio i giri di parole, sento la rabbia crescere prepotentemente dentro il mio petto.
«Che cosa voleva quel bastardo?», ringhio alquanto infastidito da questa notizia.
«Indovina!». Sbuffa spazientita. «L'ho anche schiaffeggiato. Giuro che lo odio con tutta me stessa quel viscido porco, infame...».
La zittisco con un bacio, stringendola forte fra le mie braccia. Lentamente si rilassa, si avvinghia a me e mi regala un bacio che farebbe perdere la testa a qualsiasi uomo.
***
Le labbra di Marco si stendono in un sorriso.
«Rimangiati subito quello che hai detto». Mi minaccia puntandomi un dito contro.
«Non ci penso nemmeno». Scuoto la testa con decisione.
Cerca di afferrarmi per un fianco ma lo scanso, comincio a correre per la stanza ridendo come una ragazzina. Metto Diablo sulla sua cesta per avere maggiore libertà di movimento e ricomincio la mia corsa, con Marco alle calcagna.
«Se ti prendo vedrai che cosa ti faccio!», tuona divertito.
«Prima devi riuscire a prendermi».
Mi nascondo dietro una sedia, lui scatta nella mia direzione, scappo dalla parte opposta.
«Fermati Flounder!». Mi intima tenendosi un fianco con la mano.
«Sei un atleta, dovresti essere allenato». Lo prendo in giro raggiungendo il divano.
Lui mi fissa con sguardo deciso.
«L'hai voluto tu!».
Salta il divano con un balzo, mi afferra un braccio e mi fa cadere sui cuscini.
«Rimangiati tutto».
«Ciao». Saluta cercando di sorridermi, ma non riuscendoci davvero.
«Che cosa è successo?», chiedo posandole una mano sul viso e alzandolo in modo tale da poterla guardare negli occhi. «Non rispondermi niente perché sai già che non ti crederò. Non mi sono mai piaciute queste tecniche. Devi andare sempre dritta al nocciolo della questione con me, non girarci intorno».
Lei mi prende in parola e sputa il rospo.
«Massimo è stato qua».
Okay, forse erano meglio i giri di parole, sento la rabbia crescere prepotentemente dentro il mio petto.
«Che cosa voleva quel bastardo?», ringhio alquanto infastidito da questa notizia.
«Indovina!». Sbuffa spazientita. «L'ho anche schiaffeggiato. Giuro che lo odio con tutta me stessa quel viscido porco, infame...».
La zittisco con un bacio, stringendola forte fra le mie braccia. Lentamente si rilassa, si avvinghia a me e mi regala un bacio che farebbe perdere la testa a qualsiasi uomo.
***
Le labbra di Marco si stendono in un sorriso.
«Rimangiati subito quello che hai detto». Mi minaccia puntandomi un dito contro.
«Non ci penso nemmeno». Scuoto la testa con decisione.
Cerca di afferrarmi per un fianco ma lo scanso, comincio a correre per la stanza ridendo come una ragazzina. Metto Diablo sulla sua cesta per avere maggiore libertà di movimento e ricomincio la mia corsa, con Marco alle calcagna.
«Se ti prendo vedrai che cosa ti faccio!», tuona divertito.
«Prima devi riuscire a prendermi».
Mi nascondo dietro una sedia, lui scatta nella mia direzione, scappo dalla parte opposta.
«Fermati Flounder!». Mi intima tenendosi un fianco con la mano.
«Sei un atleta, dovresti essere allenato». Lo prendo in giro raggiungendo il divano.
Lui mi fissa con sguardo deciso.
«L'hai voluto tu!».
Salta il divano con un balzo, mi afferra un braccio e mi fa cadere sui cuscini.
«Rimangiati tutto».
venerdì 14 novembre 2014
Spoiler #2
Eccovi un secondo spoiler dal prossimo capitolo di "Ti va di rischiare?" :)
«Oh mio Dio, voi l'avete fatto!», si porta una mano alla bocca per lo stupore. «Devi raccontarmi tutto.».
Si guarda intorno controllando che non ci sia nessuno in vista e si inginocchia davanti a me.
«Com'è stato?», abbassa il tono della voce, quando vuole anche lui sa che cosa vuol dire la parola discrezione.
«È stato perfetto, Luca, credimi. Lui è semplicemente meraviglioso, ha detto che mi ama. Non sono mai stata così bene con qualcuno in tutta la mia vita.».
Rivedo i suoi bellissimi occhi blu, il suo corpo statuario, le sue labbra che si stendono in un sorriso malizioso. Devo smetterla, tutto questo mi ha fatto venire le scalmane.
«Sei proprio sicura di non sapere quello che provi per lui? A me sembra piuttosto lampante.», inarca un sopracciglio e posa le mani sulle mie ginocchia. «Credimi tesoro, tu lo ami. Mettiti l'anima in pace. Non è una malattia grave l'amore, non devi averne paura.».
«Da dove proviene tutta questa saggezza?», chiedo titubante, mi sta nascondendo qualcosa, ne sono più che certa.
«Tutta farina del mio sacco.», mi bacia la punta del naso e sparisce a servire un cliente appena entrato.
Ora sono curiosa di sapere che cosa è successo al mio migliore amico, dovrò metterlo sotto torchio, ma aspetterò il momento giusto.
«Oh mio Dio, voi l'avete fatto!», si porta una mano alla bocca per lo stupore. «Devi raccontarmi tutto.».
Si guarda intorno controllando che non ci sia nessuno in vista e si inginocchia davanti a me.
«Com'è stato?», abbassa il tono della voce, quando vuole anche lui sa che cosa vuol dire la parola discrezione.
«È stato perfetto, Luca, credimi. Lui è semplicemente meraviglioso, ha detto che mi ama. Non sono mai stata così bene con qualcuno in tutta la mia vita.».
Rivedo i suoi bellissimi occhi blu, il suo corpo statuario, le sue labbra che si stendono in un sorriso malizioso. Devo smetterla, tutto questo mi ha fatto venire le scalmane.
«Sei proprio sicura di non sapere quello che provi per lui? A me sembra piuttosto lampante.», inarca un sopracciglio e posa le mani sulle mie ginocchia. «Credimi tesoro, tu lo ami. Mettiti l'anima in pace. Non è una malattia grave l'amore, non devi averne paura.».
«Da dove proviene tutta questa saggezza?», chiedo titubante, mi sta nascondendo qualcosa, ne sono più che certa.
«Tutta farina del mio sacco.», mi bacia la punta del naso e sparisce a servire un cliente appena entrato.
Ora sono curiosa di sapere che cosa è successo al mio migliore amico, dovrò metterlo sotto torchio, ma aspetterò il momento giusto.
giovedì 13 novembre 2014
Spoiler #1
Spoiler del capitolo tredici
Lungo la tangenziale mi squilla il cellulare, rispondo dal vivavoce.
«Dimmi che te la sei scopata stanotte!». La voce squillante di Lorenzo riempie tutto l'abitacolo.
«No comment.», rispondo io, svoltando alla mia uscita.
«Oh oh, te la sei fatta alla grande allora, lo sapevo!», sbotta con soddisfazione.
«Non avrai mica scommesso anche su questo spero?». La mia era una domanda retorica e trova conferma un istante dopo.
«Certo! Ho scommesso con Riccardo una birra. Lui diceva che lei non te l'avrebbe mai data. Pollo! È stata una vittoria facile». La soddisfazione nella sua voce è alquanto irritante.
«Come mai davi per scontato che ci sarebbe stata?».
Parcheggio la macchina nel primo posto libero che trovo e mi porto il telefono all'orecchio, non mi va che tutto il quartiere senta le idiozie che spara normalmente Lorenzo.
«Beh, uscite insieme da qualche giorno, avete già dormito nello stesso letto, non potevate resistere ancora a lungo senza darci dentro. Com'è a letto? Voglio i dettagli. È porca? Ha fantasia o è la classica donna da missionario e basta?».
«Ma ti sembrano domande da fare? Non risponderò, mettiti il cuore in pace».
«Oh deve essere una gran porca allora!». Ride come uno scemo.
«Smettila di parlare di lei in quel modo!», tuono con un certo fastidio.
«Sai socio, da quando c'è lei, sei piuttosto suscettibile». Mi fa notare in tono neutro.
Lungo la tangenziale mi squilla il cellulare, rispondo dal vivavoce.
«Dimmi che te la sei scopata stanotte!». La voce squillante di Lorenzo riempie tutto l'abitacolo.
«No comment.», rispondo io, svoltando alla mia uscita.
«Oh oh, te la sei fatta alla grande allora, lo sapevo!», sbotta con soddisfazione.
«Non avrai mica scommesso anche su questo spero?». La mia era una domanda retorica e trova conferma un istante dopo.
«Certo! Ho scommesso con Riccardo una birra. Lui diceva che lei non te l'avrebbe mai data. Pollo! È stata una vittoria facile». La soddisfazione nella sua voce è alquanto irritante.
«Come mai davi per scontato che ci sarebbe stata?».
Parcheggio la macchina nel primo posto libero che trovo e mi porto il telefono all'orecchio, non mi va che tutto il quartiere senta le idiozie che spara normalmente Lorenzo.
«Beh, uscite insieme da qualche giorno, avete già dormito nello stesso letto, non potevate resistere ancora a lungo senza darci dentro. Com'è a letto? Voglio i dettagli. È porca? Ha fantasia o è la classica donna da missionario e basta?».
«Ma ti sembrano domande da fare? Non risponderò, mettiti il cuore in pace».
«Oh deve essere una gran porca allora!». Ride come uno scemo.
«Smettila di parlare di lei in quel modo!», tuono con un certo fastidio.
«Sai socio, da quando c'è lei, sei piuttosto suscettibile». Mi fa notare in tono neutro.
venerdì 7 novembre 2014
Spoiler #2
Ora un pezzettino riguardante i nostri due piccioncini Marco & Serena, sempre dal capitolo dodici :)
«Farei una scommessina con te, ma a dirtela tutta non le ho mai sopportate. Le lascio volentieri ai nostri amici.». Si rimette comoda sul sedile e posa la sua mano sopra la mia, come se fosse la cosa più naturale al mondo. Le nostre dita si intrecciano automaticamente.
«Nemmeno io le ho mai sopportate. Lorenzo è ossessionato da tutte quelle stronzate, scommetterebbe su qualsiasi cosa. Se scommettesse soldi, ne perderebbe una vagonata».
«Ha scommesso anche su di noi?», chiede accarezzandomi la mano con il pollice.
«Domanda di riserva?», borbotto. È una cosa stupida e non mi va di creare possibili tensioni.
«Lo sapevo! Anche Luca l'ha fatto!». Scoppia a ridere e il mio cuore perde un battito.
Si porta una mano alla bocca e mi racconta della scommessa saltata, di quanto fosse una cosa stupida e del fatto che avesse accettato solo per accontentarlo. Più la ascolto parlare, più mi rendo conto di essere pazzo di lei.
«Farei una scommessina con te, ma a dirtela tutta non le ho mai sopportate. Le lascio volentieri ai nostri amici.». Si rimette comoda sul sedile e posa la sua mano sopra la mia, come se fosse la cosa più naturale al mondo. Le nostre dita si intrecciano automaticamente.
«Nemmeno io le ho mai sopportate. Lorenzo è ossessionato da tutte quelle stronzate, scommetterebbe su qualsiasi cosa. Se scommettesse soldi, ne perderebbe una vagonata».
«Ha scommesso anche su di noi?», chiede accarezzandomi la mano con il pollice.
«Domanda di riserva?», borbotto. È una cosa stupida e non mi va di creare possibili tensioni.
«Lo sapevo! Anche Luca l'ha fatto!». Scoppia a ridere e il mio cuore perde un battito.
Si porta una mano alla bocca e mi racconta della scommessa saltata, di quanto fosse una cosa stupida e del fatto che avesse accettato solo per accontentarlo. Più la ascolto parlare, più mi rendo conto di essere pazzo di lei.
Spoiler #1
Spoiler capitolo dodici di "Ti va di rischiare?"
Luca si illumina improvvisamente, gli è venuto un colpo di genio.
«Ci sto anch'io!», esclama.
Tutti lo guardano sorpresi.
«Se posso, ovviamente». Si sente piuttosto osservato. «Così chi perde si divide il conto, penso sia un po' meno dispendioso per i perdenti. Se siete tutti e due d'accordo».
Lorenzo e Federico si scambiano un cenno di assenso.
«Okay, andata!», sbotta il biondino.
«Io aggiungerei una cosa». Si rivolge a Lorenzo. «Se io dovessi vincere...».
Il resto della richiesta gliela sussurra all'orecchio. Il viso dell'uomo si trasforma in una maschera di terrore. Scuote la testa velocemente.
«No, no, no», borbotta.
«Codardo». Lo stuzzica Luca, portandosi il boccale di birra alla bocca e bevendone un sorso.
Lorenzo stringe una mano intorno al suo bicchiere ancora colmo, socchiude gli occhi e sibila: «Io non sono un codardo. Ci sto».
Luca gongola soddisfatto e mi strizza l'occhio.
Luca si illumina improvvisamente, gli è venuto un colpo di genio.
«Ci sto anch'io!», esclama.
Tutti lo guardano sorpresi.
«Se posso, ovviamente». Si sente piuttosto osservato. «Così chi perde si divide il conto, penso sia un po' meno dispendioso per i perdenti. Se siete tutti e due d'accordo».
Lorenzo e Federico si scambiano un cenno di assenso.
«Okay, andata!», sbotta il biondino.
«Io aggiungerei una cosa». Si rivolge a Lorenzo. «Se io dovessi vincere...».
Il resto della richiesta gliela sussurra all'orecchio. Il viso dell'uomo si trasforma in una maschera di terrore. Scuote la testa velocemente.
«No, no, no», borbotta.
«Codardo». Lo stuzzica Luca, portandosi il boccale di birra alla bocca e bevendone un sorso.
Lorenzo stringe una mano intorno al suo bicchiere ancora colmo, socchiude gli occhi e sibila: «Io non sono un codardo. Ci sto».
Luca gongola soddisfatto e mi strizza l'occhio.
giovedì 30 ottobre 2014
Spoiler
Eccovi un pezzettino tratto dal capitolo undici di "Ti va di rischiare?"
Lorenzo mi osserva attentamente, lo sguardo furioso. Piano piano la sua espressione cambia, fino a formarsi un sorriso soddisfatto sulle labbra. A cosa diavolo starà pensando? Mi preoccupa un po' quel ghigno.
«Ho capito.», comincia avvicinandosi di più a me e colpendomi il braccio con un leggero pugno. «Tu ti sei innamorato di lei! Bastardo che non sei altro! Pensavi che non l'avrei mai capito? Guardati, hai la faccia da imbecille!».
Bene, ora ho pure la faccia da imbecille, sono soddisfatto.
«Grazie, ora che lo sai, mi sento meglio.», commento sarcastico.
«Marco, giuro che non avrei mai immaginato che tu potessi mai innamorarti di qualcuno. Ho sempre pensato saresti sempre rimasto il classico scapolone che tutte vorrebbero accalappiare, ma che nessuna riesce ad avere. Sai, sono felice, ora posso essere io quel tipo di uomo. Come sono soddisfatto, posso continuare a divertirmi e lo farò anche per te.», incrocia le mani dietro la nuca e si rilassa.
A me scappa da ridere, l'unica cosa che gli viene in mente è che potrà comportarsi da scapolo d'oro, non ho parole.
Lorenzo mi osserva attentamente, lo sguardo furioso. Piano piano la sua espressione cambia, fino a formarsi un sorriso soddisfatto sulle labbra. A cosa diavolo starà pensando? Mi preoccupa un po' quel ghigno.
«Ho capito.», comincia avvicinandosi di più a me e colpendomi il braccio con un leggero pugno. «Tu ti sei innamorato di lei! Bastardo che non sei altro! Pensavi che non l'avrei mai capito? Guardati, hai la faccia da imbecille!».
Bene, ora ho pure la faccia da imbecille, sono soddisfatto.
«Grazie, ora che lo sai, mi sento meglio.», commento sarcastico.
«Marco, giuro che non avrei mai immaginato che tu potessi mai innamorarti di qualcuno. Ho sempre pensato saresti sempre rimasto il classico scapolone che tutte vorrebbero accalappiare, ma che nessuna riesce ad avere. Sai, sono felice, ora posso essere io quel tipo di uomo. Come sono soddisfatto, posso continuare a divertirmi e lo farò anche per te.», incrocia le mani dietro la nuca e si rilassa.
A me scappa da ridere, l'unica cosa che gli viene in mente è che potrà comportarsi da scapolo d'oro, non ho parole.
Spoiler in arrivo

Oggi pomeriggio pubblicherò un piccolo spoiler del prossimo capitolo. Stay tuned ♥
giovedì 25 settembre 2014
Amore indissolubile
Frederik correva come un pazzo lungo la strada dissestata, rischiò
di cadere più di una volta, ma non demorse, doveva nascondersi prima che
arrivasse suo fratello Samuel. Tendergli delle trappole era il suo gioco
preferito da sempre e gli riuscivano benissimo; possedeva una dote naturale nel
cacciarsi nei guai e ne andava fiero.
Continuò a voltarsi durante la sua corsa forsennata, doveva essere certo di non
essere seguito. Il panettiere all'angolo della via gli intimò di rallentare, si
sarebbe rotto l'osso del collo se fosse caduto rovinosamente a terra a quella
velocità. Non gli diede ascolto, non dava mai retta a nessuno.
Vide un carro colmo di letame fermo lungo la via principale, pensò fosse
perfetto al suo scopo. Scivolò sui sassi prendendo la curva troppo in velocità,
si sbucciò un ginocchio, ma non aveva alcuna importanza. Si fermò accanto al
carro, guardò davanti a sé, Samuel non lo aveva ancora raggiunto. Diede
un'occhiata alla sua destra e poi a sinistra, nessuno lo stava osservando.
Sorrise tra sé e sé, compiaciuto, era piuttosto soddisfatto del suo piano, era
a dir poco geniale.
Si sdraiò sul terreno ciottoloso e rotolò sotto il carro; non doveva far altro
che aspettare il suo fratellino. Lento com'era, ci avrebbe messo parecchio a
percorrere quei pochi metri che li separavano.
Fissava la strada davanti a sé, pronto all'attacco, quando qualcuno lo
raggiunse sotto quel mezzo di legno. Si chiese chi fosse, certamente non era
Samuel.
Si voltò alla sua sinistra e incrociò gli occhi chiarissimi di una bambina,
aveva i capelli biondi, con due trecce sfatte che le ricadevano sulle spalle.
Era la prima volta che la vedeva e sperò fosse anche l'ultima, non voleva avere
niente a che fare con lei.
La fissò cupo, sperando che se ne andasse, ma non ebbe fortuna.
«Che cosa ci fai qui sotto?», chiese lei con curiosità.
«Non sono affari che ti riguardano.», grugnì Frederik, piuttosto infastidito da
quell'intrusione. Si sarebbe davvero infuriato se il piano fosse saltato a
causa sua.
«Vattene a casa, non è un posto adatto a una bambina.», proseguì con tono
autoritario.
Lei si finse offesa e con aria imbronciata esclamò: «Io non sono una bambina e
non mi muovo da qua!».
Intrecciò le mani sotto il mento e fissò la strada davanti a sé.
Frederik sbuffò e cominciò a borbottare sommessamente.
«Va bene, puoi restare, ma devi tenere la bocca chiusa.», bofonchiò.
Si era arreso troppo in fretta, ma era certo che lei non se ne sarebbe mai
andata e lui era già stanco della sua presenza.
La bambina sorrise soddisfatta e sigillò le sue labbra con una finta chiave che
lanciò lontano. Frederik scosse la testa, l'avrebbe volentieri cacciata da lì,
in modo poco elegante.
Si concentrò nuovamente sulla strada, suo fratello stava camminando lento nella
loro direzione. Aveva le gote arrossate e il fiato corto, non aveva la
resistenza di Frederik nella corsa. Samuel aveva otto anni, ma si comportava
responsabilmente come se fosse già adulto, secondo lui non sapeva divertirsi.
Era ancora un bambino, doveva godersi la vita, era fin troppo serio per i suoi
gusti. Proprio per quel motivo si divertiva molto a preparargli scherzi e
agguati sempre nuovi, finendo continuamente nei pasticci. I loro genitori si
erano rassegnati e trascorreva parecchio tempo in castigo chiuso nella sua
camera, costretto a leggere libri che non capiva. Riusciva a sgattaiolare dalla
finestra senza alcuna difficoltà e la cosa lo divertiva parecchio. Lì accanto
si trovava un alto albero, le cui fronde arrivavano a sfiorare il vetro, per
lui raggiungere quei rami era una passeggiata. Nessuno si era mai accorto delle
sue fughe, era un ragazzino furbo.
Samuel si trovava davanti a loro, doveva agire immediatamente. Gli afferrò
entrambe le caviglie, perse l'equilibrio e cadde all'indietro, in mezzo al
letame.
Frederik lo lasciò libero. Suo fratello piagnucolava, si rimise in piedi a
fatica e corse via in lacrime.
Non resistette, si girò sulla schiena e scoppiò a ridere, fino alle lacrime. La
ragazzina lo imitò e rise con lui.
«Come ti chiami?», gli chiese quando si calmarono.
Lui si asciugò gli occhi con una mano e rispose: «Mi chiamo Frederik e tu?».
«Matilda.».
Si strinsero la mano maldestramente.
Erano passati cinque anni dal giorno in cui aveva fatto la
conoscenza di quel ragazzino scapestrato. Era diventato un uomo nel frattempo,
gli era cresciuto un filo di barba scura in viso, i suoi muscoli si erano
gonfiati a vista d'occhio. Ne avevano passate tante insieme, si erano divertiti
tantissimo, erano diventati amici. Non potevano fare a meno l'uno dell'altra.
C'era solo un piccolissimo problema: lei si era innamorata di lui.
Non glielo disse, mai, non ne aveva il coraggio e aveva una paura folle di perderlo,
non poteva sopportarlo.
Quando però lo vide con quella Teresa, il suo mondo crollò in un attimo. Lui le
faceva una corte spudorata. Lei era bellissima, prosperosa, era una donna.
Matilda era solo una quindicenne non ancora sviluppata, non era ancora
diventata una donna, non la degnava di uno sguardo. Questo le distruggeva il
cuore, era insopportabile.
Provò a parlargli una sera, cercò di dissuaderlo, non voleva che lei potesse
avere l'uomo che amava.
«Ti prego Frederik. Lei non è adatta a te.», cominciò prendendogli la mano e
stringendola delicatamente nella sua.
«E tu come fai a saperlo?», chiese lui turbato.
«Lo so e basta, chiamalo istinto.», rispose lei portandosi l'altra mano alla
bocca.
Lo sentiva teso, ero un fascio di nervi e la sua espressione irritata fece
perdere un battito al suo cuore. I suoi occhi neri la stavano trapassando da
parte a parte, si divincolò dalla sua presa. Matilda sentiva le lacrime premere
per uscire, ma non voleva piangere davanti a lui. Non voleva sembrare debole e,
soprattutto, non voleva che Frederik potesse intuire i suoi veri sentimenti.
«Lei diventerà mia moglie e, se non ti va bene, noi due non abbiamo altro da
dirci.», tuonò lui con astio.
«Moglie?», ripeté lei in stato confusionale.
«Sei anche diventata sorda ora?», sputò sarcastico. «Sì, hai capito bene,
moglie. Fra due anni, quando raggiungerà la maggiore età, noi ci sposeremo.».
«Tu non la puoi sposare!», gridò in preda ai singhiozzi.
Aveva promesso a se stessa che non avrebbe pianto, ma non le importava più di
sembrare ridicola. L'amore della sua vita avrebbe sposato quella poco di buono,
e lei non poteva permetterlo.
«Chi sei tu per dirmi quello che devo o non devo fare?», sibilò a denti
stretti.
«Io... io...», le parole le morirono in gola, aveva un nodo proprio in quel
punto e nessun suono voleva più uscire. Solo le lacrime continuavano a rigarle
le guance, scendevano copiose, incontrollate, senza alcun ritegno.
«Io, io, non riesci a dire altro? Tu non c'entri niente in tutto questo. È la
mia vita e certamente non ho bisogno di te, ho già Teresa. Non farti più
vedere, sparisci dalla mia vita.», sputò con una cattiveria esagerata.
Matilda si portò entrambe le mani alla bocca, cercò di avvicinarsi a lui, ma
Frederik le voltò le spalle. Si rese conto in quel momento che l'aveva perso
per sempre. Scoppiò in un pianto disperato e corse via, lontano da quell'uomo
che aveva appena frantumato il suo cuore in un milione di piccolissimi
frammenti e li aveva calpestati uno a uno, senza pietà. Si chiuse nella sua
stanza e non uscì per giorni interi. Voleva farla finita, la sua vita non aveva
alcun senso senza Frederik.
Per anni l'aveva osservato di nascosto, seguito ogni suo movimento, era l'unico
modo per non impazzire. Non era di grande aiuto, spesso lo trovava con lei, in
atteggiamenti piuttosto intimi. In quei momenti scappava via, lontano da quelle
visioni che le laceravano ogni volta l'anima.
Trovava conforto solo in Samuel, era diventato il suo confidente, gli aveva
raccontato del suo amore per suo fratello. Lui non capiva perché continuasse a
farsi del male, correndo dietro a un uomo che probabilmente non la meritava.
Samuel non sapeva che cosa volesse dire amare qualcuno in modo così
totalizzante, non poteva comprenderla, ma nel suo piccolo avrebbe aiutato la
sua amica.
Non parlava con Matilda da molti mesi ormai, anni probabilmente,
aveva perso il conto. A volte gli mancava parlare con lei, ridere e scherzare
solo come con lei riusciva. Lei lo aveva sempre compreso meglio di chiunque
altro. Scacciò quel pensiero con un movimento brusco del capo.
Doveva pensare a Teresa e al loro imminente matrimonio, le avrebbe chiesto di
diventare sua moglie quella sera stessa, teneva l'anello nella tasca dei
pantaloni da giorni ormai.
L'immagine di una ragazzina bionda, dagli occhi color del ghiaccio, apparse
nuovamente nei suoi pensieri. Si schiaffeggiò il viso, ma continuava a vederla,
era irritante.
Cominciò a camminare avanti e indietro nella sua stanza, irrequieto.
Bussarono alla porta, non aveva voglia di vedere nessuno, ma la testa di suo
fratello fece capolino.
«Frederik, credo ci sia un problema nel granaio.», esordì senza nemmeno
entrare.
«Che genere di problema?», chiese spalancando completamente la porta con un
movimento brusco, rischiando di far cadere a terra Samuel che era in equilibrio
su una gamba sola.
«Ho sentito dei rumori, penso ci possano essere dei briganti. Non mi sono
arrischiato a entrare da solo.», gli spiegò.
Era il solito codardo. Decise di prendere lui in mano la situazione.
«Andiamo a controllare.», ordinò.
Lo afferrò per un braccio, lo trascinò giù per le scale, rischiando di farlo
inciampare sugli ultimi gradini. Samuel si lamentava per la sua irruenza, ma
non lo badò, aveva altro per la testa.
Una volta davanti al granaio, ghermì la pala che si trovava nascosta dietro la
siepe ed entrò di soppiatto. La porta si richiuse alle sue spalle, con un tonfo
che rimbombò in quello spazio enorme. Frederik imprecò poco elegantemente. Era
buio pesto e non riusciva a vedere a un palmo dal proprio naso.
All'improvviso una luce si avvicinò a lui, si tenne pronto a reagire, ma non
era un brigante quello davanti a lui, era Matilda. Mollò la presa da quell'arma
improvvisata che cadde rovinosamente a terra. Non capiva perché si trovassero
chiusi nel suo granaio e cominciò ad agitarsi visibilmente.
«Che cosa vuoi?», domandò seccato.
«Voglio essere amata da te, Frederik, non desidero altro.», rispose appendendo
la lampada alla parete e illuminando entrambi. «Non ho mai voluto altri che
te.».
L'uomo rimase di stucco a quelle parole. Aveva visto Matilda poche volte e
soltanto di sfuggita negli ultimi tempi, ora riusciva a guardarla davvero.
I suoi capelli erano diventati lunghi, le ricadevano soffici sulle spalle, il
suo viso non aveva più i lineamenti di una ragazzina, le sue labbra rosse
risaltavano sulla sua pelle chiara. Quello che lo colpì maggiormente era il suo
corpo: la ricordava longilinea, magrissima, una bambina. Era diventata una
donna, era sbocciata, il suo fisico si era ammorbidito rendendola desiderabile.
Si avvicinò a lui, lentamente. I suoi piedi sembravano ancorati al suolo, i
suoi muscoli non reagivano, deglutì a vuoto, una, due volte.
Il mondo si fermò appena le labbra di lei si posarono sulle sue. Capì in una
frazione di secondo che era lei, era sempre stata lei.
Le sue mani cercarono autonomamente i fianchi di Matilda e la attirarono a sé,
approfondì quel bacio casto con foga, un desiderio via via crescente
s’impadronì di lui.
«Matilda...», sussurrò a fior di labbra.
«Ti prego, giurami che non la sposerai.», mormorò lei guardandolo negli occhi.
Frederik non avrebbe mai potuto sposare Teresa, non più. Le sfiorò il viso con
le dita, stava tremando per l'emozione che lo aveva travolto.
«Non succederà mai, te lo giuro.», le promise e sigillò quel giuramento con un
bacio che significava tutto, tutto l'amore che provava per quella donna.
Matilda vacillò, l'irruenza di quel bacio le fece tremare le gambe. Si era
aggrappata saldamente alla camicia di Frederik e non lo avrebbe mai più
lasciato andare.
«Giurami che nessun uomo ti ha mai sfiorato.».
Frederik non avrebbe sopportato l'idea che un altro uomo avesse già assaporato
quelle labbra e avesse sfiorato quel corpo perfetto. Nessuno aveva il diritto
di toccare la sua Matilda.
«Mai nessuno. Aspettavo te, voglio essere sfiorata solo da te.», lo rassicurò.
Aveva evitato ogni contatto con l'altro sesso in quegli anni, solo Samuel aveva
avuto l'onore di far parte della sua vita ma come amico, niente di più. Voleva
rimanere illibata, per Frederik. Si sarebbe donata solo a lui, all'uomo che
amava più di ogni altra cosa al mondo.
Sussultò quando si ritrovò tra le sue forti braccia, la adagiò delicatamente
sulla paglia e si sistemò sopra di lei. La guardava come non aveva mai fatto
prima, le sue guance s’imporporarono per l'emozione, il cuore batteva
all'impazzata.
Le labbra di Frederik si stesero in un sorriso prima di posarsi nuovamente su
quelle di lei. Le assaporò lentamente, mordicchiandole di tanto in tanto,
mentre con una mano slacciava il vestito che copriva quelle curve desiderose
delle sue cure.
Matilda si sentiva accaldata, le dita del suo amato sfioravano lentamente la
sua gamba, man mano che saliva, spostava la stoffa, scoprendo la sua pelle.
Chiuse gli occhi non appena le labbra di Frederik scesero lungo il suo collo,
sentiva la sua lingua sfiorare lievemente la sua pelle, provocandogli dei
brividi lungo la schiena. Una strana sensazione nel basso ventre la pervase,
non sapeva che cosa fosse, ma era piacevole.
Frederik scese lentamente con le labbra, fino ad arrivare a quei seni tondi e
perfetti, li scoprì. Lambì dolcemente uno dei bottoni che svettava impaziente,
Matilda emise un mugolio di piacere.
«Dimmi che mi ami.», mugugnò lei mordendosi il labbro inferiore.
Le sensazioni che stava provando in quel momento erano indescrivibili, non si
era mai sentita in quel modo prima di allora.
«Ti amo, ti ho sempre amata, ora lo so.», confessò Frederik perdendosi in
quelle iridi così limpide.
Desiderava unirsi a lei, voleva che fosse sua per l'eternità, la sua Matilda.
Non voleva, però, forzarla.
Matilda sorrise, sorrise come non faceva da anni ormai. Lui la amava, era tutto
quello che aveva sempre desiderato. Lo afferrò per il bavero della camicia e
incatenò le sue labbra con le proprie. Si sfamarono l'uno dell'altra finché non
dovettero riprendere fiato.
«Fammi diventare una donna.», gli sussurrò all'orecchio.
Matilda si sentiva pronta, voleva donarsi all'uomo che amava e che ricambiava
il suo amore.
Frederik avrebbe fatto qualsiasi cosa perché fosse un momento indimenticabile
per entrambi. Lei gli sbottonò la camicia, scoprendo il suo petto ricoperto da
una rada peluria scura. Lo accarezzò con le dita, l'uomo gemette, quel tocco
delicato stava acuendo tutti i suoi sensi. Si mise in ginocchio, sollevò il
vestito di Matilda fino a sfilarlo dalla testa. Finalmente poteva sfiorare ogni
parte di quel suo corpo perfetto.
La ragazza si coprì pudicamente l'intimità con le mani, le sue guance divennero
rosse in un attimo, nessuno prima di allora l'aveva vista senza vestiti. Si
vergognava moltissimo e non lo nascose. Frederik allontanò le sue mani,
tenendole strette nelle proprie.
«Sei bellissima, non aver paura di mostrarmi la tua beltà.», le disse
sommessamente.
Matilda si sentì avvampare ancor di più, ora anche le estremità delle sue orecchie
erano in fiamme.
L'uomo si tolse la camicia, si mise in piedi e slacciò i pantaloni, lasciandoli
cadere sul terreno. Il desiderio per lei aumentava sempre più e non poteva
nasconderlo.
Lei non aveva mai visto un uomo completamente nudo e rimase estasiata dalla
bellezza dell'uomo che amava. Non aveva idea di come avrebbe dovuto
comportarsi, decise di lasciar fare tutto a lui.
Si adagiò su di lei dolcemente, le gambe di Matilda si allargarono senza alcuna
pressione, lei lo desiderava. Si scambiarono dei baci roventi, carichi di
passione, passione che raggiunse l'apice quando Frederik entrò in lei,
lentamente, gentilmente, per non farle sentire alcun dolore. Matilda lo accolse
con immenso desiderio, emettendo dei gemiti sommessi.
Il suo uomo si muoveva dolcemente dentro di lei, le sensazioni che stava
provando erano nuove, meravigliose, non voleva che tutto finisse. Un calore che
partiva dal basso la pervase completamente, un'esplosione di gioia, un piacere
mai provato in precedenza. Un attimo dopo, Frederik emise un gemito roco e si
lasciò cadere sopra di lei. Matilda lo strinse fra le proprie braccia, non si
era mai sentita così viva come in quell'istante.
Frederik non poteva credere quanto fosse meravigliosa la sua donna, era stato
un momento magico, carico di amore e passione. Matilda gli accarezzava
dolcemente la schiena, le sue labbra si posarono tra i suoi capelli,
regalandogli un bacio dolcissimo.
Si puntellò su un gomito per guardarla negli occhi, era di una bellezza unica,
il suo sorriso radioso gli scaldò il cuore.
«Ti amo.», mormorò a fior di labbra. «Ti amerò oltre il tempo e lo spazio, ti
amerò e mi prenderò cura di te sempre e per sempre, amore mio.».
Frederik si alzò all'improvviso, frugò nelle tasche dei pantaloni abbandonati a
terra e recuperò l'anello. Afferrò la mano tremante della donna meravigliosa
che aveva di fronte e lo infilò al suo anulare, era quello il suo posto.
Matilda sentiva gli occhi pizzicare per l'emozione, il suo viso si rigò di
calde lacrime, lacrime di gioia che non riusciva a trattenere. La dichiarazione
di Frederik le aveva riempito il cuore di una felicità estrema. Era certa che
lui avrebbe mantenuto quella promessa, il loro amore sarebbe stato
indissolubile.
mercoledì 24 settembre 2014
Una nuova vita insieme a lei
Sono cinque anni che non ho sue notizie, cinque lunghissimi e interminabili anni. Un periodo che doveva servirmi a togliermela dalla testa, ma che ha soltanto intensificato il mio desiderio di tornare da lei. Ho lavorato sodo e lo sto ancora facendo, solo per poterle regalare il futuro che si merita.
Se lei non mi volesse più? Se si fosse rifatta una vita? Non potrei biasimarla. Mi farei da parte e tornerei qui a Londra, dove ho trascorso questi ultimi anni. Ho provato, eccome se ci ho provato, a farmene una ragione, a continuare senza di lei, ma mi sono reso conto che non è possibile.
È solo colpa mia se la nostra storia è finita e mi pento ogni giorno di essermene andato: lei aveva bisogno di me, e io non c'ero. Non ero con lei a tenerle la mano in quel letto di ospedale, non ero con lei quando ha perso il bambino che aveva in grembo, nostro figlio. Non ero lì per rassicurarla, per dirle che sarebbe andato tutto bene. Io non c'ero e non me lo perdonerò mai.
Quando mi comunicò la notizia, non capii più niente. Non ero pronto per fare il padre, era successo per sbaglio e io non me la sentivo di crescere un bambino, mi sentivo inadeguato. Preferii scomparire dalla sua vita, spezzandole irrimediabilmente il cuore e frantumando il mio in un milione di pezzi. Io la amavo, la amavo tantissimo. Sentivo i suoi singhiozzi attraverso la porta chiusa, percepivo tutta la sua angoscia, ma feci ugualmente finta di niente.
Me ne andai lontano, mettendo molti chilometri di distanza tra noi, sperando che un giorno mi sarei sentito meglio. Non servì a niente. Il senso di colpa mi sta ancora divorando l'anima, anche dopo tutto questo tempo.
I due anni trascorsi con lei sono stati i più belli e intensi di tutta la mia vita, quei ricordi mi danno la forza di alzarmi dal letto ogni mattina. Ricordo le nostre notti insonni, trascorse a parlare e a progettare il nostro futuro insieme. Desiderava una piccola casa in mezzo al verde, da cui si poteva vedere il lago, il nostro lago. Vedeva un'altalena tra gli alberi in giardino e due bambini che correvano felici.
Ho trascorso gli ultimi cinque anni lavorando come un pazzo, risparmiando il più possibile, mettendo da parte ogni piccolo centesimo, solo per fare in modo che il suo sogno diventasse realtà. La casa è quasi pronta, su quella riva del nostro lago.
E se lei non volesse darmi una seconda possibilità? Se non volesse più saperne di me? Correrò il rischio di essere insultato, di essere preso a calci, mi merito tutto il suo rancore, il suo disprezzo. Mi rendo conto di tutto il male che le ho fatto, ma non riesco a smettere di amarla, è impossibile. Non posso più rimanere qui senza fare niente, devo provare a riconquistarla. E se nel frattempo si fosse sposata? Se amasse un altro uomo?
Il solo pensiero mi provoca una fitta alla bocca dello stomaco, stordendomi. Non voglio pensare alla mia Lara fra le braccia di un altro, non posso. Chiudo gli occhi e cerco di respirare normalmente, di ricacciare indietro quelle lacrime che premono per uscire da troppo tempo.
Che cosa pretendo? In cinque anni possono succedere molte cose, può aver ricominciato ad amare, può avermi dimenticato. Il mio cuore, ricucito sommariamente dal tempo, perde qualche pezzo, si sfalda, cadendo ai miei piedi.
Perché sono stato così stupido? Perché sono scappato come un codardo? Perché non mi sono assunto le mie responsabilità? Tutte queste domande continuano ad assillarmi, mentre quest’aereo mi riporta da lei, dalla donna che non ho mai smesso di amare.
Passo a trovare la mia famiglia, non la vedo da mesi. Posso resistere senza vedere mio padre, un uomo autoritario cui non è mai importato molto di me, un uomo che non ha mai capito la mia passione per la pittura e per l'arte, un uomo che aveva stima solo per mio fratello, suo degno successore nell'azienda di famiglia. Torno da loro solo per mia madre: la donna che ha sempre creduto in me, che mi ha sempre sostenuto, che ha assistito a tutte le mie mostre, che non ho mai deluso.
È quando entro nell'immensa sala della loro villa, che il resto del mio cuore si frantuma nuovamente. Lara è lì con Thomas, il mio odiato fratello, un uomo incapace di amare. Mi sento mancare la terra sotto i piedi, mi sembra di vivere il mio peggior incubo. Avrei potuto tollerare la vista di lei con un altro ma non con lui! Tiro fuori il peggio di me, mi comporto come un idiota, ottenendo un solo risultato: l'odio della donna che amo.
Ti odio!
Quelle due parole pronunciate da lei sono come un pugno in pieno stomaco, fanno più male del pugno reale assestato sul mio naso da Thomas. Cado pesantemente a terra, dolorante nel fisico ma, soprattutto, nell'anima.
Mi hai rovinato la vita!
La sua voce rotta dal pianto mi entra nella testa e mi tramortisce. Ha ragione, le ho rovinato la vita e vorrei rimediare in qualche modo. Se fossi furbo, me ne tornerei a Londra e lascerei stare questa follia, ma io non sono mai stato furbo e mai lo sarò.
La guardo allontanarsi, sorretta da quell'infame, e provo un dolore lancinante nel posto vuoto dove una volta si trovava il mio cuore.
Perché lui? Perché mi ha fatto questo? Lui non la ama, non ha mai amato nessuno, ma sa quanto lei sia stata importante per me. Mi aveva minacciato, credevo fosse dettato da una momentanea perdita di senno, ora sono certo di essermi sbagliato: lui me la sta portando via, usando sotterfugi, mentendole. Lui sa fare solo quello.
Non posso permettere che la prenda giro, o che le faccia del male. Ne sarebbe capace, visti i precedenti. Ora più che mai sono intenzionato a riconquistarla.
Scopro dove lavora e mi presento da lei qualche giorno dopo con un mazzo di fiori, dei tulipani, i suoi preferiti. Non gradisce la mia presenza e non lo nasconde. I suoi grandi occhi azzurri mi fissano con disprezzo, ma è il lampo di tristezza che colgo un attimo dopo a darmi un briciolo di speranza. Le chiedo perdono, per tutto, mettendole i fiori tra le mani e me ne vado. Svoltato l'angolo, mi appoggio con la schiena al muro e cerco di regolare il respiro: il sangue mi pulsa nelle tempie, il cuore mi sfonda il petto.
Le ho lasciato un biglietto, dandole appuntamento nella gelateria dove eravamo di casa. Non so se si presenterà, non so nemmeno se ha letto il biglietto, ma io ci spero con tutto me stesso. Attendo impaziente accanto all'ingresso. Osservo le coppiette sorridersi felici, tenendosi per mano, mi si forma un nodo in gola a quella vista.
Se lei non venisse? Sono disposto ad aspettare che lei sia pronta a incontrarmi, ci volessero giorni, mesi, anni. Ne ho aspettati cinque prima di rifarmi vivo, posso aspettare ancora pur di avere una possibilità da lei.
Perso nei miei pensieri, non mi accorgo che Lara è a pochi passi da me. La raggiungo di corsa.
«Sei venuta.». Mi esce in un soffio e lei arrossisce quando le dico che è bellissima.
Ci sediamo al nostro tavolo e la osservo attentamente: è ancora più bella di come la ricordassi.
«Perché sei scappato in quel modo, Andrea?», chiede con gli occhi velati dalle lacrime.
«Avevo paura.», rispondo in totale imbarazzo. «Non ero pronto a diventare padre e ho pensato che andarmene fosse la soluzione più facile. So di aver sbagliato. Volevo tornare per rimediare, ma avevo il terrore che non mi volessi più accanto. Sono un codardo.».
Le lacrime scendono incontrollate lungo il suo viso, le cancella con un gesto secco della mano, con rabbia.
«Non avevo nessuno con cui parlare, nessuno con cui condividere il mio dolore. Mi hai lasciata sola a me stessa. Avevo bisogno di te e tu non c'eri, eri sparito chissà dove.».
Le sue parole mi colpiscono con violenza, sta dicendo la verità e si sa che la verità può fare davvero molto male. Lascio che sfoghi tutta la sua frustrazione, che consumi le sue lacrime. È una scena cui non avrei mai voluto assistere, ma lei ha il diritto di dirmi quello che sente dentro, esternare tutto il dolore che le ho causato.
Le chiedo se è innamorata di lui e confessa di non esserlo mai stata. La morsa allo stomaco si allenta notevolmente e mi permette di tornare a respirare.
«Riuscirai mai a perdonarmi?», domando posando una mano sopra la sua e accarezzandone il dorso con il pollice, lei non la ritrae.
«Non lo so, non so se ne sono capace.».
Che cosa pretendevo? Non può cancellare cinque anni in una sera, ma io sono fiducioso. Ci siamo amati moltissimo e il nostro amore non può essersi spento del tutto.
«Dammi una possibilità.», la supplico.
I suoi occhi azzurri rimangono fissi sulle nostre mani unite sopra il tavolo.
«Ci penserò.», mi concede dopo attimi interminabili di silenzio, guardandomi davvero per la prima volta da quando siamo in questa stanza.
La sua espressione si addolcisce, il mio cuore torna a battere all'impazzata. Quelle due parole sono come una boccata di aria fresca, una speranza che possa davvero succedere un giorno.
Io aspetterò pazientemente, con il desiderio di cominciare una nuova vita insieme a lei.
Se lei non mi volesse più? Se si fosse rifatta una vita? Non potrei biasimarla. Mi farei da parte e tornerei qui a Londra, dove ho trascorso questi ultimi anni. Ho provato, eccome se ci ho provato, a farmene una ragione, a continuare senza di lei, ma mi sono reso conto che non è possibile.
È solo colpa mia se la nostra storia è finita e mi pento ogni giorno di essermene andato: lei aveva bisogno di me, e io non c'ero. Non ero con lei a tenerle la mano in quel letto di ospedale, non ero con lei quando ha perso il bambino che aveva in grembo, nostro figlio. Non ero lì per rassicurarla, per dirle che sarebbe andato tutto bene. Io non c'ero e non me lo perdonerò mai.
Quando mi comunicò la notizia, non capii più niente. Non ero pronto per fare il padre, era successo per sbaglio e io non me la sentivo di crescere un bambino, mi sentivo inadeguato. Preferii scomparire dalla sua vita, spezzandole irrimediabilmente il cuore e frantumando il mio in un milione di pezzi. Io la amavo, la amavo tantissimo. Sentivo i suoi singhiozzi attraverso la porta chiusa, percepivo tutta la sua angoscia, ma feci ugualmente finta di niente.
Me ne andai lontano, mettendo molti chilometri di distanza tra noi, sperando che un giorno mi sarei sentito meglio. Non servì a niente. Il senso di colpa mi sta ancora divorando l'anima, anche dopo tutto questo tempo.
I due anni trascorsi con lei sono stati i più belli e intensi di tutta la mia vita, quei ricordi mi danno la forza di alzarmi dal letto ogni mattina. Ricordo le nostre notti insonni, trascorse a parlare e a progettare il nostro futuro insieme. Desiderava una piccola casa in mezzo al verde, da cui si poteva vedere il lago, il nostro lago. Vedeva un'altalena tra gli alberi in giardino e due bambini che correvano felici.
Ho trascorso gli ultimi cinque anni lavorando come un pazzo, risparmiando il più possibile, mettendo da parte ogni piccolo centesimo, solo per fare in modo che il suo sogno diventasse realtà. La casa è quasi pronta, su quella riva del nostro lago.
E se lei non volesse darmi una seconda possibilità? Se non volesse più saperne di me? Correrò il rischio di essere insultato, di essere preso a calci, mi merito tutto il suo rancore, il suo disprezzo. Mi rendo conto di tutto il male che le ho fatto, ma non riesco a smettere di amarla, è impossibile. Non posso più rimanere qui senza fare niente, devo provare a riconquistarla. E se nel frattempo si fosse sposata? Se amasse un altro uomo?
Il solo pensiero mi provoca una fitta alla bocca dello stomaco, stordendomi. Non voglio pensare alla mia Lara fra le braccia di un altro, non posso. Chiudo gli occhi e cerco di respirare normalmente, di ricacciare indietro quelle lacrime che premono per uscire da troppo tempo.
Che cosa pretendo? In cinque anni possono succedere molte cose, può aver ricominciato ad amare, può avermi dimenticato. Il mio cuore, ricucito sommariamente dal tempo, perde qualche pezzo, si sfalda, cadendo ai miei piedi.
Perché sono stato così stupido? Perché sono scappato come un codardo? Perché non mi sono assunto le mie responsabilità? Tutte queste domande continuano ad assillarmi, mentre quest’aereo mi riporta da lei, dalla donna che non ho mai smesso di amare.
Passo a trovare la mia famiglia, non la vedo da mesi. Posso resistere senza vedere mio padre, un uomo autoritario cui non è mai importato molto di me, un uomo che non ha mai capito la mia passione per la pittura e per l'arte, un uomo che aveva stima solo per mio fratello, suo degno successore nell'azienda di famiglia. Torno da loro solo per mia madre: la donna che ha sempre creduto in me, che mi ha sempre sostenuto, che ha assistito a tutte le mie mostre, che non ho mai deluso.
È quando entro nell'immensa sala della loro villa, che il resto del mio cuore si frantuma nuovamente. Lara è lì con Thomas, il mio odiato fratello, un uomo incapace di amare. Mi sento mancare la terra sotto i piedi, mi sembra di vivere il mio peggior incubo. Avrei potuto tollerare la vista di lei con un altro ma non con lui! Tiro fuori il peggio di me, mi comporto come un idiota, ottenendo un solo risultato: l'odio della donna che amo.
Ti odio!
Quelle due parole pronunciate da lei sono come un pugno in pieno stomaco, fanno più male del pugno reale assestato sul mio naso da Thomas. Cado pesantemente a terra, dolorante nel fisico ma, soprattutto, nell'anima.
Mi hai rovinato la vita!
La sua voce rotta dal pianto mi entra nella testa e mi tramortisce. Ha ragione, le ho rovinato la vita e vorrei rimediare in qualche modo. Se fossi furbo, me ne tornerei a Londra e lascerei stare questa follia, ma io non sono mai stato furbo e mai lo sarò.
La guardo allontanarsi, sorretta da quell'infame, e provo un dolore lancinante nel posto vuoto dove una volta si trovava il mio cuore.
Perché lui? Perché mi ha fatto questo? Lui non la ama, non ha mai amato nessuno, ma sa quanto lei sia stata importante per me. Mi aveva minacciato, credevo fosse dettato da una momentanea perdita di senno, ora sono certo di essermi sbagliato: lui me la sta portando via, usando sotterfugi, mentendole. Lui sa fare solo quello.
Non posso permettere che la prenda giro, o che le faccia del male. Ne sarebbe capace, visti i precedenti. Ora più che mai sono intenzionato a riconquistarla.
Scopro dove lavora e mi presento da lei qualche giorno dopo con un mazzo di fiori, dei tulipani, i suoi preferiti. Non gradisce la mia presenza e non lo nasconde. I suoi grandi occhi azzurri mi fissano con disprezzo, ma è il lampo di tristezza che colgo un attimo dopo a darmi un briciolo di speranza. Le chiedo perdono, per tutto, mettendole i fiori tra le mani e me ne vado. Svoltato l'angolo, mi appoggio con la schiena al muro e cerco di regolare il respiro: il sangue mi pulsa nelle tempie, il cuore mi sfonda il petto.
Le ho lasciato un biglietto, dandole appuntamento nella gelateria dove eravamo di casa. Non so se si presenterà, non so nemmeno se ha letto il biglietto, ma io ci spero con tutto me stesso. Attendo impaziente accanto all'ingresso. Osservo le coppiette sorridersi felici, tenendosi per mano, mi si forma un nodo in gola a quella vista.
Se lei non venisse? Sono disposto ad aspettare che lei sia pronta a incontrarmi, ci volessero giorni, mesi, anni. Ne ho aspettati cinque prima di rifarmi vivo, posso aspettare ancora pur di avere una possibilità da lei.
Perso nei miei pensieri, non mi accorgo che Lara è a pochi passi da me. La raggiungo di corsa.
«Sei venuta.». Mi esce in un soffio e lei arrossisce quando le dico che è bellissima.
Ci sediamo al nostro tavolo e la osservo attentamente: è ancora più bella di come la ricordassi.
«Perché sei scappato in quel modo, Andrea?», chiede con gli occhi velati dalle lacrime.
«Avevo paura.», rispondo in totale imbarazzo. «Non ero pronto a diventare padre e ho pensato che andarmene fosse la soluzione più facile. So di aver sbagliato. Volevo tornare per rimediare, ma avevo il terrore che non mi volessi più accanto. Sono un codardo.».
Le lacrime scendono incontrollate lungo il suo viso, le cancella con un gesto secco della mano, con rabbia.
«Non avevo nessuno con cui parlare, nessuno con cui condividere il mio dolore. Mi hai lasciata sola a me stessa. Avevo bisogno di te e tu non c'eri, eri sparito chissà dove.».
Le sue parole mi colpiscono con violenza, sta dicendo la verità e si sa che la verità può fare davvero molto male. Lascio che sfoghi tutta la sua frustrazione, che consumi le sue lacrime. È una scena cui non avrei mai voluto assistere, ma lei ha il diritto di dirmi quello che sente dentro, esternare tutto il dolore che le ho causato.
Le chiedo se è innamorata di lui e confessa di non esserlo mai stata. La morsa allo stomaco si allenta notevolmente e mi permette di tornare a respirare.
«Riuscirai mai a perdonarmi?», domando posando una mano sopra la sua e accarezzandone il dorso con il pollice, lei non la ritrae.
«Non lo so, non so se ne sono capace.».
Che cosa pretendevo? Non può cancellare cinque anni in una sera, ma io sono fiducioso. Ci siamo amati moltissimo e il nostro amore non può essersi spento del tutto.
«Dammi una possibilità.», la supplico.
I suoi occhi azzurri rimangono fissi sulle nostre mani unite sopra il tavolo.
«Ci penserò.», mi concede dopo attimi interminabili di silenzio, guardandomi davvero per la prima volta da quando siamo in questa stanza.
La sua espressione si addolcisce, il mio cuore torna a battere all'impazzata. Quelle due parole sono come una boccata di aria fresca, una speranza che possa davvero succedere un giorno.
Io aspetterò pazientemente, con il desiderio di cominciare una nuova vita insieme a lei.
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